Glossario

Il "Glossario delle disuguaglianze sociali" mira a realizzare una raccolta di voci specificamente dedicate alla problematica delle disuguaglianze economiche e sociali, nella prospettiva di uno strumento di conoscenza e di informazione di base, durevole e continuativo. Le voci presenti sul portale - curate da professori, ricercatori ed esperti sui temi di interesse del Glossario - rappresentano il solido inizio di un progetto sempre attivo e in continua espansione. Pertanto, se pensi che sia ancora assente nel Glossario qualche argomento di rilevo nello studio delle disuguaglianze sociali, non esitare a segnalarcelo (glossario@fondazionegorrieri.it).

Ricchezza

Scritto da: Giovanni D’Alessio

 

Cos’è la ricchezza e perché è importante studiarla*

La ricchezza (o patrimonio) si può definire come il complesso dei beni materiali (ad es. un’abitazione o un terreno) e immateriali (ad es. un brevetto o un diritto d’autore su un’opera) che hanno valore di mercato e sono scambiabili contro moneta o altri beni.

La ricchezza è una dei principali indicatori – insieme al reddito e ai consumi - che ci consentono di valutare le condizioni di benessere economico di un Paese, una famiglia o un individuo. Mentre il reddito e i consumi sono dei flussi, sono cioè delle grandezze economiche che definiscono rispettivamente le risorse acquisite per l’eventuale consumo (o per il risparmio) e quelle effettivamente consumate in un intervallo di tempo (tipicamente un anno o un mese), la ricchezza è uno stock, cioè è un valore definito in un dato istante del tempo (usualmente la fine dell’anno) che identifica le risorse accumulate fino a quel momento, a disposizione per il consumo futuro.

La ricchezza è una grandezza importante sia a livello di Paese sia a livello di singola famiglia o individuo.

Nei paesi con elevata ricchezza gli abitanti hanno usualmente livelli di consumo molto più elevati rispetto ai paesi poveri; il divario in termini di risorse economiche si riflette anche su altri elementi, come ad esempio le condizioni di salute e i livelli di istruzione. A livello individuale, gli studi indicano chiaramente che – ceteris paribus – un’elevata ricchezza tende ad associarsi con più alti livelli di benessere percepito.

L’interesse per la ricchezza ha anche una motivazione di natura fiscale, dato che essa è uno degli elementi che lo Stato utilizza per definire la “capacità contributiva” di un cittadino. In Italia, ad esempio, esistono alcune imposte sul patrimonio (es. IMU), sebbene di limitata entità rispetto a quelle sui redditi (IRPEF) o sui consumi (IVA). Il patrimonio è inoltre considerato all’interno dell’ISEE, che costituisce l’indicatore di riferimento per l’accesso al reddito di cittadinanza e altre prestazioni pubbliche.

Un elemento di grande interesse riguarda la distribuzione della ricchezza all’interno di un Paese, che si collega al tema più generale della disuguaglianza e della coesione sociale. Inoltre, poiché la ricchezza può essere detenuta in modi diversi, che risentono delle caratteristiche e delle preferenze degli individui e delle differenze economiche e istituzionali tra diversi paesi, è interessante conoscere la sua composizione e come questa evolve nel tempo.

 

Come si compone la ricchezza?

La ricchezza (W) viene calcolata sommando le attività reali (AR) e le attività finanziarie (AF) e sottraendo le passività finanziarie (PF), cioè i debiti. In formule possiamo scrivere: W = AR + AF – PF. La ricchezza calcolata in questo modo viene definita “ricchezza netta” e può quindi assumere valori positivi, nulli o negativi (quando i debiti superano in valore le poste dell’attivo reale e finanziario).

Le attività reali (AR) sono per lo più costituite da beni tangibili, come ad esempio le abitazioni, i terreni, i beni durevoli di consumo (beni il cui consumo avviene gradualmente nel tempo, come ad esempio le automobili) e gli oggetti di valore (quadri, gioielli, etc.); comprendono però anche le attività immateriali, come per esempio il valore di un brevetto o quello dell’avviamento di un’attività commerciale. Tutte le componenti reali hanno sempre valore positivo.

Le attività finanziarie (AF) sono strumenti che conferiscono al titolare, il creditore, il diritto di ricevere, senza una prestazione da parte sua, uno o più pagamenti dal debitore che ha assunto il corrispondente obbligo. Ad ogni attività finanziaria di un soggetto corrisponde una passività finanziaria di un altro. Per le famiglie, esempi di attività finanziarie sono i contanti, i depositi, le obbligazioni private, i titoli di Stato e le azioni, che sono titoli rappresentativi dei diritti di proprietà, classificati all’attivo del detentore e al passivo delle imprese.

Le passività finanziarie (PF), cioè i debiti, rappresentano invece la componente negativa della ricchezza e assumono la forma di mutui, prestiti personali, ecc.

 

I dati aggregati e le stime per l’Italia

Stime della ricchezza delle famiglie italiane sono state proposte da diversi autori già nella prima metà del secolo scorso. Un esame di tali fonti e una ricostruzione dell’ammontare complessivo della ricchezza dall’inizio del Novecento fino ai primi anni del nostro secolo si trova in Vecchi (2017), ed evidenzia l’enorme crescita di benessere intervenuta nel secolo scorso nel nostro Paese.

Stime della ricchezza sono state prodotte con una certa regolarità solo di recente. A seguito di una serie di studi preliminari sintetizzati in Banca d’Italia (2008), la Banca d’Italia ha pubblicato annualmente tra il 2007 e il 2015 il fascicolo La ricchezza delle famiglie italiane, con stime riferite al periodo 1995-2014. Questa pubblicazione è stata di recente sostituita con La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie italiane, redatta in collaborazione tra la Banca d’Italia e l’Istat, che riporta dati a partire dal 2005.

Secondo questa fonte, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro, 8,4 volte il loro reddito disponibile. Secondo i dati OCSE questo rapporto è più alto di quello relativo alle famiglie francesi, inglesi e canadesi, che hanno valori intorno a 8, anche se nel tempo il divario si è notevolmente ridotto.

Le abitazioni rappresentano oltre la metà della ricchezza netta, con un valore di 5.246 miliardi di euro. Le attività finanziarie (4.374 miliardi di euro) e le passività delle famiglie (926 miliardi di euro) hanno percentualmente un rilievo inferiore a quello che si osserva in altri paesi avanzati.

Il valore di ricchezza netta media pro-capite (circa 160.000 euro) risulta più basso che negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, leggermente inferiore rispetto a Francia e Giappone e superiore che in Germania, il cui valore risente dell’elevata quota di immobili di proprietà pubblica.

Dagli anni sessanta del secolo scorso e fino al 2012, in Italia il rapporto tra ricchezza e reddito è risultato costantemente in crescita, analogamente a quanto riscontrato anche in altri paesi avanzati. Come segnalato da Piketty (2014), questo indica il ruolo tendenzialmente sempre più rilevante che la ricchezza ha assunto nel definire il benessere degli individui.

Un’analisi dell’evoluzione del portafoglio finanziario e delle attività non finanziarie in Italia e un confronto con le dinamiche delle principali economie avanzate si trova in Caprara et al. (2018).

Nel 2019 l’Istat ha pubblicato la stima del valore delle principali attività non finanziarie per il periodo 2001-2017 per i vari settori istituzionali (Istat, 2019). Questa pubblicazione, ai fini della stima della ricchezza netta, costituisce il complemento ai dati dei Conti finanziari, che presentano i dati delle componenti finanziarie attive e passive di tutti i settori e sono regolarmente pubblicati dalla Banca d’Italia, con aggiornamenti trimestrali.

Il riferimento ai settori istituzionali ci permette di ricordare che la ricchezza delle famiglie, che costituisce la componente più ampiamente studiata e a cui ci riferiremo nel seguito, non rappresenta la totalità del patrimonio nazionale, sebbene ne sia la parte più importante. Ad esempio, nei dati della ricchezza delle famiglie non sono incluse né le attività né i debiti dello Stato, che indirettamente appartengono ai cittadini. Questo aspetto può rendere più complessa la comparazione della ricchezza delle famiglie tra paesi in cui lo Stato ha un diverso ruolo nell’economia.

 

I dati micro sulle famiglie

Per studiare la distribuzione della ricchezza tra la popolazione e dunque i temi della disuguaglianza è necessario disporre di dati riferiti alle singole famiglie o individui. Per quanto – al netto dei vincoli dovuti alla normativa sulla privacy – i dati amministrativi e fiscali potrebbero, in alcuni casi, costituire una fonte utile, per l’analisi distributiva è usuale il ricorso ai dati micro derivanti da indagini campionarie, che hanno il vantaggio di raccogliere anche dati relativi a molti aspetti complementari alla ricchezza, utili in fase di analisi (anche se a volte possono presentare problemi di accuratezza e/o di rappresentatività).

Per l’Italia l’Indagine sui Bilanci delle Famiglie condotta dalla Banca d’Italia (IBF) costituisce la principale fonte microeconomica sulla ricchezza in Italia. I dati anonimizzati sono liberamente accessibili per finalità di ricerca scientifica. Inoltre, da alcuni anni l’IBF è parte dell’HFCS (Household Finance and Consumption Survey), ovvero di un’indagine armonizzata che consente lo studio comparativo della distribuzione della ricchezza a livello europeo. I dati riguardanti i vari paesi partecipanti al progetto sono anch’essi disponibili per motivi di ricerca.

I dati dell’IBF sono inoltre presenti all’interno del database Luxembourg Wealth Study (LWS), che raccoglie dati micro sulla ricchezza relativi a un più ampio numero di paesi.

La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da una forte asimmetria, ovvero da una notevole frequenza di importi più bassi della media e una frequenza più esigua di valori molto elevati. Per tale motivo usualmente si preferisce utilizzare come indice descrittivo la mediana (cioè il valore corrispondente alla famiglia che si colloca nella posizione centrale della distribuzione) invece della media, che è invece influenzata dai valori estremi.

La ricchezza familiare presenta un profilo tipico per età dell’individuo di riferimento, crescente fino a circa 60 anni e poi decrescente, riflettendo principalmente il comportamento di risparmio lungo il ciclo di vita (Brandolini et al., 2006). Le famiglie, infatti, tendono ad accrescere la ricchezza fino al momento del pensionamento e a decumularla nella fase successiva, sia per effetto della riduzione del reddito che fa seguito al pensionamento, sia per i trasferimenti che vengono effettuati nei confronti dei figli.

Rilevanti differenze nei livelli di ricchezza si riscontrano inoltre per area geografica, con le famiglie residenti nel Mezzogiorno consistentemente più povere di quelle residenti nel Centro e nel Nord, e per genere, con le donne mediamente più povere degli uomini (D’Alessio, 2018). Nel corso degli ultimi decenni è inoltre emerso con più evidenza il divario di ricchezza tra i nati in Italia e coloro che sono nati all’estero (frequentemente in paesi più poveri).

La ricchezza netta presenta una concentrazione maggiore di quella del reddito. L’indice di Gini, che varia tra 0 (perfetta uguaglianza di tutti i livelli familiari di ricchezza) e 1 (l’intera ricchezza è concentrata nelle mani di una sola famiglia) secondo i dati IBF presenta in Italia valori intorno a 0,60, rispetto a valori di circa 0,35 del reddito. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede circa il 45 per cento dell'intero ammontare di ricchezza netta; il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece intorno al 25 per cento del reddito complessivo. Nella parte inferiore della distribuzione, il 10 per cento delle famiglie più povere non possiede pressoché nulla (ha spesso più debiti di attività), mentre il 10 per cento delle famiglie a più basso reddito percepisce il 2 per cento del reddito complessivo.

La concentrazione della ricchezza – analogamente a quanto riscontrato per il reddito - ha avuto un andamento decisamente discendente tra gli anni sessanta e gli anni novanta. Dopo la crisi del 1992 la concentrazione è tornata a crescere, rimanendo comunque al di sotto dei livelli registrati alla fine degli anni sessanta (Cannari e D’Alessio, 2018b).

 

L’origine e la destinazione della ricchezza

Il risparmio è senz’altro la più conosciuta modalità di accumulazione di ricchezza. In uno schema semplificato in cui un individuo nasce con ricchezza nulla (W0=0) e destina una parte del reddito guadagnato negli anni Yt (t=1, ..., T) al risparmio St, la ricchezza in un dato tempo T sarà pari alla somma cumulata dei risparmi passati: WT = Σt St (t=1, ..., T).

Esistono però altri fattori in grado di influire sull’ammontare di ricchezza posseduto da un soggetto. In primo luogo le eredità e le donazioni che un soggetto riceve dai genitori o da altri possono accrescere la sua ricchezza considerevolmente; simmetricamente le donazioni che un soggetto effettua nel corso della vita verso altre persone (o le eredità che un familiare lascia a soggetti non conviventi), tipicamente verso i figli, riducono la sua ricchezza. La ricchezza in un dato istante sarà quindi data dalla cumulata dei risparmi passati, più le eredità e donazioni ricevute (ER) meno le donazioni effettuate (DE): WT = Σt St (t=1, ..., T) + ER - DE.

Studi recenti (Cannari e D’Alessio, 2018a, Acciari e Morelli, 2020) mostrano che le eredità e le donazioni hanno – in media - un peso considerevole nel determinare la ricchezza delle famiglie, di entità paragonabile a quello del risparmio. Si pensi, ad esempio, che nel 2016 un terzo delle famiglie italiane viveva in un’abitazione ricevuta in eredità o in dono e che il 40 per cento della ricchezza in immobili proveniva da eredità o donazioni. Il ruolo del fattore ereditario appare inoltre in crescita, probabilmente a causa della concomitante riduzione del numero di figli e della compressione dei redditi nelle giovani generazioni che tende a ridurre la loro capacità di risparmio.

Vi sono poi ulteriori fattori che possono contribuire alla variazione nei livelli di ricchezza in misura rilevante, arricchendo lo schema mostrato sopra. Una prima categoria riguarda i capital gains, cioè l’incremento o decremento di ricchezza che si realizza a causa della modifica del valore di mercato del bene posseduto. La variazione dei prezzi degli immobili o delle azioni, ad esempio, si ripercuote direttamente sulla ricchezza di chi possiede tali attività, sebbene non è detto che il guadagno o la perdita venga realizzata, poiché il bene può rimanere tra le mani del proprietario. Gli studi effettuati per l’Italia (Cannari et al., 2008) hanno mostrato che questo fattore può contribuire a modificare in misura rilevante la ricchezza degli individui e anche dell’intero Paese, soprattutto nel breve periodo. Basti pensare che una variazione dell’1 per cento del valore dell’intero patrimonio immobiliare equivale a oltre la metà del risparmio complessivo annuo delle famiglie.

Un’ulteriore categoria di eventi che ha un impatto sull’ammontare di ricchezza di un individuo o di un Paese – che la contabilità nazionale definisce Altre Variazioni in Volume – riguarda quelle situazioni impreviste che, come ad esempio un terremoto, distruggendo o danneggiando immobili riducono corrispondentemente la ricchezza. Difficilmente questi eventi hanno un effetto aggregato importante ma possono avere una significativa importanza per coloro che ne subiscono le conseguenze.

Se questi sono i fattori che definiscono l’origine della ricchezza, la sua destinazione finale può essere sia nel consumo futuro, sia nel trasferimento alle generazioni successive.

Va osservato però che la ricchezza, soprattutto per livelli elevati, conferisce anche potere e prestigio al suo possessore. La presenza di eccessive concentrazioni di ricchezza può comportare problemi nei sistemi democratici e può alterare il regolare funzionamento dei mercati.

 

Riferimenti bibliografici

  • Acciari P. e S. Morelli (2020), “Wealth Transfers and Net Wealth at Death: Evidence from the Italian Inheritance Tax Records 1995–2016”, NBER Chapters, in: Measuring and Understanding the Distribution and Intra/Inter-Generational Mobility of Income and Wealth, National Bureau of Economic Research, Inc.
  • Banca d’Italia (2008), Household wealth in Italy, Papers presented at the conference held in Perugia, 16-17 October 2007, (accessibile a questo link https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/altri-atti-convegni/2007-ricchezza-famiglie-ita/Household_wealth_Italy.pdf)
  • Banca d’Italia-Istat (2019), La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie italiane, 2005-2017, (accessibile a questo link https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/ricchezza-famiglie-societa-non-fin/2017-ricchezza-famiglie-societa-non-fin/index.html).
  • Brandolini A., L. Cannari, G. D’Alessio e I. Faiella (2006), “Household Wealth Distribution in Italy in the 1990s”, in E. N. Wolff (a cura di), International Perspectives on Household Wealth, Cheltenham, Edward Elgar.
  • Cannari L. e G. D’Alessio (2018a), “La trasmissione intergenerazionale di reddito e ricchezza”, Rivista delle Politiche Sociali, 3, 106-128.
  • Cannari L., G. D’Alessio (2018b), “Wealth Inequality in Italy: A Reconstruction of 1968-1975 Data and a Comparison with Recent Estimates”, Rivista di storia economica, 3, dicembre.
  • Cannari L., G. D’Alessio e R. Gambacorta (2008), “Capital gains and wealth distribution in Italy”, IFC Bulletins chapters, in: Bank for International Settlements (ed.), Proceedings of the IFC Conference on "Measuring the financial position of the household sector", Basel, 30-31 August 2006 – 2(26), 129-156.
  • Caprara D., R. De Bonis e L. Infante (2018), “La ricchezza delle famiglie in sintesi: l’Italia e il confronto internazionale”, Questioni di Economia e Finanza, 470.
  • D’Alessio G (2018), “Gender wealth gap in Italy”, Questioni di Economia e Finanza, 433.
  • Istat (2019), “La ricchezza non finanziaria in Italia, Anni 2001-2017”, https://www.istat.it/it/files/2019/02/La-ricchezza-non-finanziaria-in-Italia-Anno-2017.pdf

 

Suggerimenti di lettura

  • Cannari L. e G. DAlessio (2006), La ricchezza degli italiani, Bologna, il Mulino.
  • Davies J. e A. Shorrocks (2000), “The Distribution of Wealth”, in A. Atkinson e F. Bourguignon (a cura di)., Handbook of Income Distribution, Volume I, Amsterdam, NewYork and Oxford: Elsevier Science, North-Holland.
  • Piketty T. (2014), Il Capitale nel XXI Secolo, Milano, Bompiani.
  • Vecchi G. (2017), Measuring Wellbeing: A History of Italian Living Standards, Oxford, Oxford University Press.

 

* Le opinioni espresse sono di esclusiva responsabilità dell’autore e non impegnano la Banca d’Italia.

Giovanni D’Alessio
Giovanni D’Alessio è dirigente presso il Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia. Laureato in Economia e Commercio all’Università degli studi di Napoli Federico II e dottore di ricerca in Statistica Metodologica (Università La Sapienza di Roma), è autore di numerose pubblicazioni in riviste scientifiche sulla disuguaglianza dei redditi e della ricchezza, sulla povertà e su temi metodologici collegati alle indagini campionarie.

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena