Glossario

Il "Glossario delle disuguaglianze sociali" mira a realizzare una raccolta di voci specificamente dedicate alla problematica delle disuguaglianze economiche e sociali, nella prospettiva di uno strumento di conoscenza e di informazione di base, durevole e continuativo. Le voci presenti sul portale - curate da professori, ricercatori ed esperti sui temi di interesse del Glossario - rappresentano il solido inizio di un progetto sempre attivo e in continua espansione. Pertanto, se pensi che sia ancora assente nel Glossario qualche argomento di rilevo nello studio delle disuguaglianze sociali, non esitare a segnalarcelo (glossario@fondazionegorrieri.it).

Pension gender gap

Scritto da: Gianni Betti, Francesca Bettio

 

Diseguaglianze di reddito fra gli anziani: come vengono rilevate

Fino a pochi anni fa, l’attenzione sulle diseguaglianze di genere in ambito economico privilegiava fortemente le disparità di reddito fra lavoratori e lavoratrici a scapito di altre disparità, incluse quelle che comunque originano dal mercato del lavoro ma si manifestano altrove. Tra queste occupano un posto centrale le disparità di reddito pensionistico fra uomo e donna che da una decina d’anni vengono monitorate in sede comunitaria tramite due indicatori ufficiali (Bettio et al., 2013), il Gender Gap in Pension Coverage o differenziale di genere rispetto alla copertura pensionistica e il Gender Gap in Pension income o differenziale di genere nel reddito da pensione. Il primo coglie la misura in cui più donne che uomini non hanno accesso al sistema pensionistico nel senso di non godere di alcun tipo di pensione. Il secondo rileva la differenza percentuale tra il reddito medio da pensione degli uomini e quello delle donne per coloro che ricevono almeno un tipo di pensione: misura cioè come un certo sistema pensionistico tratta i suoi “clienti” escludendo chi non ha un legame attivo col sistema.

Queste due misure cui la Commissione Europea (2018) si affida per rilevare e monitorare possibili disuguaglianze di reddito uomo-donna fra gli anziani, hanno un chiaro parallelo nei due indicatori chiave che vengono usati per rilevare analoghe diseguaglianze nella popolazione in età lavorativa, rispettivamente il gap nel tasso di partecipazione al mercato del lavoro, e il differenziale di reddito da lavoro tra gli occupati (Gender Pay Gap, Boll et al., 2016).

Qualora il calcolo del reddito medio da pensione sia esteso anche alle persone che non ne percepiscono alcuno, si ottiene un terzo indicatore che fonde questi due e a cui in sede comunitaria è stato dato il termine “differenziale pensionistico di genere (o uomo-donna) nella popolazione anziana” (Elderly Pension Gap). Tuttavia, fondere due indicatori di tipo diverso può ingenerare confusione e creare distorsioni nell’analisi, e se ci si deve limitare a considerare un solo indicatore la scelta appropriata è il differenziale di reddito calcolato fra i soli percettori di pensione.

Prestare scarsa attenzione alle disparità uomo-donna in ambito pensionistico è ancor meno giustificato ora di quanto lo sia stato in passato, e per una duplice ragione. Da un lato, il differenziale di genere nel reddito medio da pensione è molto elevato sia in Italia che nella maggior parte dei paesi della Comunità. Dall’altro, esiste un rischio crescente che tali disparità si traducano in situazioni di criticità economica a carico di quelle donne divorziate o vedove che non possono contare su una pensione di reversibilità adeguata o su un contributo dell’ex partner sufficiente a mantenere standard di vita abituali. Alimentano tale rischio sia la crescita del tasso di divorzio nella popolazione ultracinquantenne che una tendenza in ambito europeo a ridimensionare o eliminare le pensioni di reversibilità.

 

Diseguaglianze di reddito fra gli anziani: come vengono misurate in ambito europeo

Chi possiamo includere fra i “pensionati”? Un lavoratore o una lavoratrice che decidano di ritirarsi in maniera definitiva dal mercato del lavoro o chiunque percepisca una pensione, anche cumulandola con una qualche attività lavorativa? E quali pensioni conviene includere nel calcolo: di anzianità, di vecchiaia, sociali, di invalidità o di reversibilità solo per citare le maggiori sottospecie italiane? La transizione dal lavoro alla pensione è un processo molto complesso in cui le decisioni personali interferiscono con una normativa assai intricata.

Per poter costruire un indicatore che astragga da queste complicazioni occorre innanzitutto riferirsi ad un gruppo di popolazione omogeneo che abbia in gran parte completato la fuoriuscita dal mercato del lavoro e che possa far riferimento ad un reddito da pensione sufficientemente stabile. La scelta più semplice in proposito è riferirsi alla popolazione con più di 65 anni di età. È infatti ragionevole supporre che le coorti passate e quelle attualmente prossime al pensionamento abbiano completato in larga misura il processo di ritiro definitivo dal mercato del lavoro alla soglia dei sessantacinque anni, e che le disparità di genere si siano assestate su valori di riferimento più o meno stabili in prossimità di questa soglia.

Definito il gruppo anagrafico di riferimento, risulta abbastanza immediato individuare i pensionati con gli ultrasessantacinquenni che percepiscono in proprio un qualche reddito da pensione. Inevitabilmente, però, la scelta di quale pensione includere nel calcolo dipende dalla base dati che viene usata. In ambito comunitario la scelta è caduta sull’indagine sul reddito e sulle condizioni di vita delle famiglie EU-SILC (European Union - Survey on Income and Living Conditions).

A fini della politica economica può essere utile suddividere ulteriormente la popolazione ultrasessantacinquenne in un primo sottogruppo di “giovani anziani” di età compresa fra i 65 e gli 80 anni, e un sottogruppo residuo di “grandi vecchi” di età superiore ad 80. Il sottogruppo dei “grandi vecchi” presenta infatti una serie di problemi che possono viziare la misurazione delle differenze di genere. In particolare, il confronto tra uomini e donne, nonché fra regioni o fra paesi, può essere viziato dalla diversa quota di anziani ricoverati in case di riposo o residenze assistite, poiché le strutture di accoglienza istituzionali vengono generalmente ignorate dalle indagini sul reddito delle famiglie. Altre possibili cause di distorsione sono la presenza o meno delle pensioni di reversibilità o le differenze nell’aspettativa di vita fra diverse regioni o paesi. Per tutte queste ragioni gli indicatori calcolati sui “giovani anziani” forniscono misure “centrali” maggiormente indicative delle disparità di reddito uomo-donna nella popolazione anziana nel suo complesso.

In coerenza con queste premesse, il calcolo dettagliato del differenziale di reddito pensionistico, l’indicatore più importante in sede europea, è definito come:

                                                         (1 - reddito pensionistico medio delle donne/reddito pensionistico medio degli uomini) x 100

laddove il reddito medio da pensione – per gli uomini e per le donne – è calcolato in base alle seguenti specifiche:

  1. Il sotto-campione di riferimento include tutti gli individui presenti nel file dei dati individuali EU-SILC UDB che abbiano compiuto 65 anni al 1° gennaio dell’anno solare precedente l’intervista (anno di riferimento del reddito per l’indagine).
  2. All’interno del sotto-campione definito in 1., sono selezionati quegli individui che percepiscono almeno uno di questi tre tipi di pensioni: pensione di vecchiaia, pensione di anzianità, pensione di reversibilità.

 

Diseguaglianze di reddito da pensione in Italia e in Europa

Nel confronto con l’Europa, l’Italia registra una disparità uomo-donna molti forti rispetto alla copertura del sistema pensionistico, e differenze forti ma comunque al di sotto della media comunitaria rispetto al reddito medio da pensione. Nel nostro paese, la differenza uomo-donna nel tasso di copertura pensionistica era pari all’11,2% nel 2016 per gli ultrasessantacinquenni e al 15,2% per i “giovani anziani”, praticamente il doppio dei valori medi europei che si attestavano rispettivamente al 5% e al 5,7% (Commissione Europea, 2018). L’Italia si colloca fra i cinque paesi europei con la maggiore diseguaglianza di genere in questo ambito, al fianco di Belgio, Grecia, Malta e Spagna. E la composizione prevalentemente mediterranea di questi paesi rimanda evidentemente alla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro per una possibile spiegazione. Risultano invece alti, ma inferiori alla media europea, i valori del differenziale pensionistico di genere tra i percettori ultrasessantacinquenni. A partire dal 2006 tali valori hanno oscillato fra il 28 e il 33 percento attestandosi al 32,4% nel 2016. In confronto, il differenziale europeo non è mai sceso sotto il 36,5% nel periodo in esame e si attestava al 36,6% nel 2016 (Tabella 1). Sia in Italia che nella Unione Europea il trend registrato dal differenziale nel reddito medio da pensione in questa fascia di età risulta sostanzialmente oscillante nella decade 2006-2016, con una qualche indicazione al ribasso limitatamente agli ultimi due anni.

 

Tabella 1. Differenziale di genere nel reddito medio da pensione. Pensionati 65+

 

2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

2014

2015

2016

Italia

29,6

28,2

33,1

32,0

32,6

30,9

33,0

31,3

33,1

33,4

32,2

32,5

UE-27

36,6

36,5

37,7

37,6

38,7

38,7

38,6

38,5

       

UE-28

               

38,2

38,5

37,3

36,6

Fonte: Nostra elaborazione, dati EU-SILC 2005-2016.

 

Se è vero che l’Italia è meno diseguale della media dei paesi europei rispetto a pensioni e genere, è anche vero che la media europea nasconde differenze molto forti fra i diversi paesi. Si va, cioè, dai picchi di un differenziale compreso fra il 47 e il 42 percento per Cipro, Germania, Lussemburgo, Malta e Olanda a valori inferiori al 10 percento per Danimarca, Estonia e Slovacchia (Tabella 2).

Un dato comune alla stragrande maggioranza dei paesi europei, Italia compresa, è che il differenziale è più alto per i “giovani anziani” rispetto sia al complesso degli ultrasessantacinquenni sia ai che “grandi vecchi”. Una delle ragioni è la presenza nella maggior parte dei paesi delle pensioni di reversibilità che contribuiscono sostanzialmente a livellare la diseguaglianza pensionistica di genere fra i “grandi vecchi”. Un qualsivoglia tentativo di svecchiare il sistema pensionistico dovrà perciò bilanciare l’esigenza di diminuire le disparità di genere con quella di ridurre il peso di provvedimenti quali le pensioni di reversibilità pensati per un mondo in cui molte meno donne potevano contare su un reddito da pensione proprio.

 

Tabella 2. Differenziale di genere nel reddito medio da pensione per paese

Paese

Pensionati di età 65-79

Pensionati di età 65+

2016

2016

UE-28

37,22

36,56

Austria

40,57

39,05

Belgio

26,56

25,98

Bulgaria

27,43

28,75

Cipro

48,66

46,66

Rep. Ceca

13,35

12,47

Germania

42,12

43,01

Danimarca

7,75

8,10

Estonia

1,81

2,28

Grecia

28,39

28,40

Spagna

33,78

32,47

Finlandia

23,74

22,37

Francia

32,69

33,69

Croazia

22,71

24,08

Ungheria

15,25

14,35

Irlanda

26,08

27,61

Italia

36,80

32,48

Lituania

17,49

16,04

Lussemburgo

43,06

43,31

Lettonia

15,43

14,64

Malta

44,78

42,50

Olanda

45,42

42,10

Polonia

21,83

20,53

Portogallo

32,59

31,21

Romania

25,16

27,12

Svezia

28,26

28,67

Slovenia

15,76

18,92

Slovacchia

8,12

7,82

Regno Unito

34,77

34,38

Fonte: Commissione Europea (2018).

 

Riferimenti bibliografici

  • Bettio F., P. Tinios e G. Betti (2013), The Gender Gap in Pensions in the EU, Luxembourg, Publications Office of the European Union. Link.
  • Boll C., J. Leppin, A. Rossen e A. Wolf (2016), Magnitude and Impact Factors of the Gender Pay Gap in EU Countries, Luxembourg, Publications Office of the European Union. Link.
  • Commissione Europea (2018), Report on the Equality between Men and Women, Luxembourg, Publications Office of the European Union. Link.

 

Suggerimenti di lettura

  • Betti G., F. Bettio, T. Georgiadis e P. Tinios (2015), Unequal ageing in Europe: women’s independence and pensions, New York, Palgrave Macmillan.
  • Jefferson T. (2009), “Women and retirement pensions: A research review”, Feminist Economics, 15(4), 115-145.
  • OCSE (2013), Financial wealth for adequate living standards of the elderly. Final report. VS/2011/360. Evaluating pension and modelling policies in OECD and EU countries: modelling pension entitlements and evaluating pensions adequacy, Parigi, OCSE, 30 June 2013.
Gianni Betti
Gianni Betti insegna Analisi Statistica del Reddito e delle Condizioni di Vita presso l’Università di Siena. Ha conseguito il dottorato in Statistica Applicata presso l’Università di Firenze. È autore di circa 80 pubblicazioni su temi inerenti alla povertà, disuguaglianza, indicatori multidimensionali e sfocati. È membro fondatore del Centro Interuniversitario di Ricerca e Servizi sulla Statistica Avanzata per lo Sviluppo Equo e Sostenibile – Camilo Dagum (http://www.centrodagum.it/).
Francesca Bettio
Francesca Bettio insegna Economia del Lavoro e Microeconometria presso l’Università di Siena. Ha conseguito il dottorato in economia presso l’Università di Cambridge (UK). Ha al suo attivo una lunga lista di pubblicazioni su temi inerenti al mercato del lavoro e alle relative politiche, prevalentemente in un’ottica di genere. Su questi temi coordina da circa vent’anni network di esperti comunitari per conto della Commissione Europea. È membro fondatore del portale ‘inGenere’ (www.ingenere.it).

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena