Glossario

Il "Glossario delle disuguaglianze sociali" mira a realizzare una raccolta di voci specificamente dedicate alla problematica delle disuguaglianze economiche e sociali, nella prospettiva di uno strumento di conoscenza e di informazione di base, durevole e continuativo. Le voci presenti sul portale - curate da professori, ricercatori ed esperti sui temi di interesse del Glossario - rappresentano il solido inizio di un progetto sempre attivo e in continua espansione. Pertanto, se pensi che sia ancora assente nel Glossario qualche argomento di rilevo nello studio delle disuguaglianze sociali, non esitare a segnalarcelo (glossario@fondazionegorrieri.it).

Povertà infantile

Scritto da: Chiara Agostini

 

Definizione

Il termine povertà infantile (o povertà minorile) fa riferimento alla condizione di indigenza (materiale e non) che interessa bambini e ragazzi fino a 17 anni. La povertà infantile materiale può essere misurata ricorrendo agli indicatori Istat sulla povertà assoluta e relativa; all’indicatore Eurostat sul rischio di povertà ed esclusione sociale e ai sotto-indicatori che lo compongono e che riguardano la grave deprivazione materiale, la bassa intensità lavorativa e il rischio povertà.

Grazie all’intenso lavoro di advocacy svolto da alcune organizzazioni non-governative (in particolare Save the Children) negli ultimi anni, si è poi ampiamente diffuso il concetto di povertà educativa. Con questo termine si fa riferimento a “la privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” (Save the Children, 2014). La povertà educativa si lega strettamente alla povertà materiale. In particolare, quello fra povertà educativa e materiale è un circolo vizioso, dato che la prima alimenta la seconda e viceversa. Per misurare il grado di povertà educativa dei minori in Italia, Save the Children (2016) ha introdotto in via sperimentale un apposito indice (Indice povertà educativa - Ipe).

 

I principali trend

I dati Eurostat mostrano che, nel 2018, in Italia le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale sono il 27,3% della popolazione; si tratta di un dato superiore di 5,4 punti percentuali rispetto a quello europeo dove le persone in questa condizione sono il 21,9% del totale. Se guardiamo alla fascia 0-17 anni la distanza fra Italia ed Europa aumenta raggiungendo i 6,3 punti percentuali. Infatti, se in Europa sono a rischio di povertà ed esclusione sociale il 24,3% dei bambini e dei ragazzi, questa percentuale sale al 30,6% nel caso dell’Italia (Figura 1).

 

Figura 1. Rischio di povertà ed esclusione sociale, Italia ed Europa, popolazione fino a 17 anni e totale. Anno 2018

Fonte: Elaborazione dell’autrice su microdati Eurostat scaricati nel mese di dicembre 2019.

 

Considerando l’ultimo decennio, emerge che i minori hanno pagato il prezzo più alto della crisi economica dato che la povertà infantile è cresciuta in misura maggiore rispetto a quella della popolazione complessiva.

Se nel 2007 non erano rilevabili differenze rispetto alla fascia di età e la quota di minori in povertà assoluta era pari a quella della popolazione complessiva (3,1%), negli anni successivi la povertà dei minori è cresciuta in misura maggiore e la distanza fra minori e resto della popolazione ha raggiunto i 4,6 punti percentuali nel 2016, per ridursi poi nel 2017 (3,7 punti percentuali) e tornare a crescere nel 2018 (4,2 punti percentuali) (Figura 2).

 

Figura 2. Povertà assoluta, popolazione fino a 17 anni e popolazione complessiva. Anni 2007-2018

Fonte: Elaborazione dell’autrice su microdati Istat scaricati nel mese di dicembre 2019.

 

La crescita della povertà infantile si lega alle difficoltà economiche dei genitori che sempre più spesso non riescono ad accedere al mercato del lavoro, oppure perdono il lavoro, oppure lavorano ma non guadagnano a sufficienza per proteggere il nucleo familiare dal rischio di povertà. In proposito si pensi che la percentuale di disoccupati sul totale della popolazione attiva è cresciuta costantemente nel periodo compreso fra il 2007 (6,1%) e il 2014 (12,7%), per poi ridursi negli anni successivi rimanendo tuttavia decisamente superiore rispetto ai livelli pre-crisi (10,6% nel 2018).

Nello stesso periodo è inoltre raddoppiata la percentuale di lavoratori part-time involontari passando dal 5,2% del 2007 all’11,9% del 2018 (dato Istat). Contemporaneamente è cresciuta la percentuale dei cosiddetti lavoratori poveri (working poor) passando dal 9,3% del 2007 al 12,2% del 2018 (dato Eurostat).

Se si confronta il dato dei minori con quello degli anziani emerge poi che la crisi economica ha profondamente cambiato il profilo dei poveri. Infatti, se gli anziani hanno tradizionalmente rappresentato una categoria particolarmente colpita dalla povertà, oggi l’indigenza colpisce molto più i minori rispetto agli anziani. Fra il 1997 e il 2011, il tasso di povertà relativa fra i minori era compreso fra l’11 e il 12%, nel 2012 superava il 15% e questo tasso ha continuato a crescere costantemente fino al 2016 quando ha raggiunto il 22,3% per poi ridursi nel 2017 (21,5%) e crescere di nuovo, seppur leggermente, nel 2018 (21,9%).

Se si guarda agli anziani il trend è invece inverso. Nel 1997, l’incidenza della povertà fra gli anziani superava di oltre il 5% quella dei minori. Nel 2008, il dato nei due sottogruppi era simile mentre nel 2014 l’incidenza della povertà relativa tra gli anziani era oltre 9 punti percentuali inferiore rispetto a quella dei minori.  La massima distanza fra i due sottogruppi (14,1 punti percentuali) è stata raggiunta nel 2016 quando gli anziani in povertà relativa erano l’8,2% e i minori il 22,3%.

In sintesi, se nel periodo analizzato la percentuale di anziani in povertà relativa si riduce passando dal 16,1% (1997) al 10% (2018); la percentuale di minori quasi raddoppia passando dall’11,7% (1997) al 21,9% (2018) (Figura 3).

 

Figura 3. Povertà relativa, popolazione fino a 17 anni e popolazione 65 anni e oltre. Anni 1997-2018

Fonte: Elaborazione dell’autrice su microdati Istat scaricati nel mese di dicembre 2019.

 

In termini generali, il miglioramento della condizione degli anziani si spiega considerando il pensionamento di persone con titoli di studio più alti e con una storia contributiva migliore rispetto a quella dei predecessori. Inoltre, nel periodo della crisi il fatto di percepire un reddito sicuro, come la pensione, ha contribuito notevolmente a ridurre l’incidenza della povertà.

Per questa ragione, se consideriamo le caratteristiche dei nuclei familiari vediamo che l’incidenza della povertà (sia assoluta sia relativa) è direttamente proporzionale al numero dei minori presenti nel nucleo e inversamente proporzionale rispetto al numero di anziani. Se nel complesso le famiglie in povertà assoluta e relativa sono rispettivamente il 7% e l’11,8% del totale delle famiglie, questa percentuale scende rispettivamente al 4,9% e al 9,7% nel caso in cui nel nucleo sia presente almeno un anziano e sale all’11% e al 19,1% se nel nucleo c’è almeno un minore. Inoltre, l’incidenza della povertà (sia relativa, sia assoluta) è direttamente proporzionale al numero di minori nel nucleo ed è pari a oltre il doppio quando sono presenti tre o più figli rispetto a quando c’è un solo minore (tabella 1).

 

Tabella 1. Incidenza della povertà (assoluta/relativa) per tipologia di nucleo familiare. Anno 2018

 

% di famiglie in povertà assoluta

% di famiglie in povertà relativa

  1 anziano

5,4

9,3

  2 anziani o più

4,0

10,6

  almeno un anziano

4,9

9,7

  1 figlio minore

9,7

15,9

  2 figli minori

11,1

20,7

  3 figli minori o più

19,7

33,1

  almeno un figlio minore

11,0

19,1

Totale famiglie

7,0

11,8

Fonte: Elaborazione dell’autrice su microdati Istat scaricati il 19 dicembre 2019.

 

Le politiche di contrasto alla povertà infantile

Nonostante la salienza del fenomeno, le misure messe in campo dal settore pubblico per contrastare la povertà tra i più piccoli sono particolarmente deboli. Se consideriamo ad esempio gli attuali beneficiari del Reddito di cittadinanza (RdC) vediamo che, nonostante le ingenti risorse investite (oltre 7 miliardi per il 2019), l’attenzione verso i minori è meno centrale rispetto al passato (Agostini, 2019). Considerando gli attuali beneficiari del RdC, in una famiglia su tre è presente un minore: su circa 980 mila nuclei raggiunti dalla misura, sono quasi 349 mila quelli che hanno un componente con meno di 18 anni al proprio interno (Inps, 2019a). Se consideriamo invece la misura che ha preceduto il RdC, il Reddito di Inclusione (REI), vediamo che, date le minori risorse (1 miliardo e 750 milioni nel 2018), in termini assoluti i nuclei con minori erano meno (243 mila) degli attuali beneficiari del RdC ma questi nuclei costituivano il 53% di tutte le famiglie coinvolte e il 71% delle persone interessate (Inps, 2019b). Nell’ambito del RdC invece le famiglie con minori sono il 36% del totale dei nuclei beneficiari, pari al 58% delle persone interessate (Inps, 2019a).

L’unica misura interamente dedicata ai bambini e ai ragazzi è il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Con l’istituzione di tale fondo, lo Stato si è impegnato a contrastare, indirettamente garantendo un favor fiscale, la povertà tra i minori. Questo fondo, istituito in via sperimentale con la Legge di Stabilità 2015 per il biennio 2016-2018, è alimentato dalle Fondazioni di origine bancaria (FOB) alle quali è stato riconosciuto un credito d’imposta pari al 75% dei versamenti effettuati fino a un massimo di 100 milioni di euro l’anno. Nel periodo di sperimentazione, il Fondo ha raccolto circa 360 milioni di euro e sostenuto 271 progetti – individuati a seguito di tre call che hanno coinvolto oltre 27.500 organizzazioni – tramite contributi pari a 213 milioni, che hanno raggiunto oltre 500 mila bambini e ragazzi, insieme alle loro famiglie, che vivono in condizione di disagio (Bandera, 2019). La Legge di Bilancio 2019, pur prevedendo una riduzione dal 75% al 65% del credito d’imposta a favore delle FOB e un abbassamento del relativo limite di spesa da 100 a 55 milioni di euro per anno, ha rinnovato il fondo fino al 2021.

Al di là delle risorse investite e dei progetti attivati, il principale merito del Fondo per il contrasto alla povertà infantile è quello di aver posto l’attenzione sulla necessità di investire su bambini e ragazzi e di aver adottato una logica preventiva piuttosto che riparativa. Il focus sulla povertà educativa riflette infatti la consapevolezza che i bambini che provengono da famiglie svantaggiate una volta diventati adulti incontrano maggiori difficoltà ad attivarsi nella società e a trovare lavori di qualità.

In questa prospettiva, l’investimento sui bambini e sui ragazzi è strategico e dovrebbe essere al centro dei moderni sistemi di welfare. Tuttavia, nel nostro paese la strada da fare su questo fronte è ancora lunga.

 

Riferimenti bibliografici

  • Agostini C. (2019), “Come si è arrivati al Reddito di Cittadinanza”, Welfare Oggi, 2/2019.
  • Bandera L. (2019), Fondo contro la povertà educativa, Borgomeo: “Bicchiere mezzo pieno: ora continuiamo con la sperimentazione”, Secondowelfare.it, 19 gennaio 2019.
  • Inps (2019a), Reddito/Pensione di cittadinanza e Reddito di inclusione. Dati statistici. Dati provvisori aggiornati al 4 settembre 2019, Roma, Inps.
  • Inps (2019b), Reddito di Inclusione. Osservatorio statistico. Nuclei beneficiari e persone coinvolte. Mesi di competenza, Roma, Inps.
  • Save the Children (2014), La lampada di Aladino. L’indice di Save the Children per misurare le povertà educative e illuminare il futuro dei bambini in Italia, Roma, Save the Children.
  • Save the Children (2016), Liberare i bambini dalla povertà educativa. A che punto siamo?, Roma, Save the Children.

 

Suggerimenti di lettura

Chiara Agostini
Chiara Agostini è dottore di ricerca in Analisi delle Politiche Pubbliche. È ricercatrice per il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare del Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi” dove coordina il focus “povertà e inclusione”. Ha lavorato come assegnista di ricerca per l’Università di Roma La Sapienza, l’Università di Bologna (sede di Forlì) e l’Università degli Studi di Milano. È stata Visiting Scholar presso l’Institute of Governmental Studies, Università della California - Berkeley e lo European Social Observatory di Bruxelles.

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena