Glossario

Povertà assoluta

Scritto da: Chiara Saraceno

 

Definizione

A livello teorico, ci possono essere due modi di considerare la povertà assoluta. Uno, basato su una concezione di pura sussistenza, considera povertà assoluta l’impossibilità a soddisfare uno o più bisogni fondamentali per un periodo sufficientemente lungo da mettere a rischio, o danneggiare gravemente, la stessa sopravvivenza. L’altro, basato sull’approccio delle capacità, considera povertà assoluta l’impossibilità a raggiungere livelli minimi accettabili delle capacità fondamentali (Sen, 1992; Tiraferri, 2008). Queste includono certo l’alimentazione, la salute e l’abitare, ma anche l’istruzione, il riconoscimento, la dignità e soprattutto la possibilità di scegliere che vita condurre.

Atkinson e Bourguignon (1999) hanno proposto di distinguere due livelli di capacità. Il primo riguarderebbe, appunto, la sussistenza o sopravvivenza fisica, il secondo invece i funzionamenti sociali. Secondo questi due autori, tuttavia, il primo si riferirebbe alla povertà assoluta e il secondo alla povertà relativa, laddove per Sen anche i funzionamenti sociali richiedono un livello minimo di possibilità di realizzazione perché una persona possa considerare di avere una vita degna, quindi l’impossibilità a realizzarli configura anch’essa uno stato di povertà assoluta. Di relativo, secondo Sen, c’è solo il fatto che le risorse disponibili per “funzionare” adeguatamente e raggiungere livelli minimi di capacità accettabili variano da un contesto all’altro. In altri termini, “essere in buona salute”, o “avere l’istruzione minima necessaria” sono valori assoluti, allo stesso livello dell’avere cibo a sufficienza e accesso ad acqua non inquinata. Ma la loro definizione e realizzazione concrete dipendono dalle risorse sanitarie o scolastiche disponibili.

Come si vede, la nozione di povertà assoluta richiama quella di bisogni fondamentali ed insieme apre una discussione su quali essi siano, al di là dell’avere risorse sufficienti per sopravvivere. Assunti diversi circa quali siano i bisogni essenziali e i beni necessari per soddisfarli possono dar luogo a linee assolute differenti. Vi è, inoltre, il problema se e come tenere conto delle variazioni negli standard di vita, nella misura in cui non solo modificano i beni disponibili per soddisfare un determinato bisogno, ma modificano anche ciò che è ritenuto adeguato alla sussistenza. L’innalzamento del livello di istruzione richiesto per muoversi adeguatamente in una società, la facilitazione dell’accesso all’acqua - fino all’acqua corrente - o ai mezzi di riscaldamento, la modifica delle tecnologie abitative - questi cambiamenti ed altri ancora possono fare sì che chi ne è escluso si trovi più facilmente in situazione di povertà assoluta rispetto a prima, non solo perché non beneficia di questi cambiamenti, ma perché essi modificano il contesto. Ad esempio, spariscono le fontane o i pozzi. Non si possono allevare galline o conigli in casa. Non si ha più accesso a piccoli appezzamenti su cui fare una agricoltura di sussistenza. Non si può più auto-costruire la propria abitazione. E così via.

 

Come misurare la povertà assoluta?

Come per la povertà relativa, nonostante anche la nozione di povertà assoluta sia multidimensionale, quando si tratta di stimarne incidenza e diffusione, quindi per individuare la linea, o soglia, che separa i poveri dai non poveri per lo più si ricorre a una misura di tipo monetario. Nel caso della povertà assoluta, ci si riferisce al costo del paniere di beni considerati necessari per soddisfare i bisogni definiti fondamentali, a partire dal quella di una dieta nutritivamente adeguata (stimata in 2100 calorie per persona al giorno), cui si aggiunge il costo dell’abitare, vestirsi ed altri consumi a seconda del contesto (per una discussione sui diversi modi di procedere si veda World Bank, 2005). Il contenuto specifico del paniere di beni essenziali può variare da un paese all’altro sia per quanto riguarda i tipi di consumo individuati per soddisfare un determinato bisogno, a partire da quelli alimentari, stanti le diverse abitudini, sia per quanto riguarda l’articolazione dei bisogni ritenuti fondamentali. Ma può anche essere simile, ad esempio quando si tratta di confrontare paesi che appartengono alla stessa area politico-istituzionale, come è il caso della proposta, sperimentale, di Cantillon et al. (2018) per i paesi UE ad integrazione dell’indicatore “a rischio di povertà”, o povertà relativa. Infine, non è possibile identificare una linea di povertà assoluta univoca per tutte le persone e le famiglie. Occorre tenere conto non solo della ampiezza della famiglia e delle eventuali economie di scala, ma anche dei bisogni differenziati di individui di diversa età, in termini di fabbisogno alimentare, educativo, di vita sociale, di mobilità, di salute e così via e del modo in cui questi si presentano in famiglie di diversa composizione. Normalmente vengono individuate diverse “famiglie-tipo” rispetto alle quali si valuta il costo del paniere dei beni essenziali.

A differenza della linea di povertà relativa, che è sensibile alla congiuntura, cioè alla variazione del tenore di vita medio, quella assoluta, proprio per il riferirsi a bisogni essenziali, può variare nel tempo solo con il variare dei prezzi (o delle modifiche del paniere dovute alla scomparsa, o obsolescenza, di alcuni beni e all’introduzione di altri). Dovrebbe anche tenere conto della disponibilità o meno, qualità, costo per chi ne fruisce, di beni e servizi pubblici (ad esempio scuola, sanità). Avere o meno accesso all’istruzione o ai servizi sanitari, e la loro qualità, fa una grande differenza a parità di reddito (o consumo).

Sono pochi i paesi sviluppati che utilizzano il criterio della povertà assoluta, quindi del costo del paniere di beni essenziali, per valutare l’incidenza della povertà al proprio interno. Tra i paesi OCSE, solo gli USA utilizzano esclusivamente questo criterio. Gli altri utilizzano quello della povertà relativa (OECD, 2013).

L’Italia è un caso interessante. Da diversi anni l’ISTAT accosta alla stima della povertà relativa, basata sui consumi, e del rischio di povertà ed esclusione sociale, basata sul reddito e sugli indicatori di deprivazione Eurostat, anche la stima della povertà assoluta (ISTAT, anni vari). A differenza che per la povertà relativa, il valore della linea di povertà è calcolato non in rapporto al tenore di vita medio, ma, da un lato, in rapporto alla composizione della famiglia sia in termini numerici, sia in termini di età dei componenti, quindi al fabbisogno specifico, dall’altro al sistema di prezzi in vigore a livello locale. Ne deriva non un’unica linea di povertà ma tante quante sono le combinazioni tra tipi di composizione famigliare e le distinzioni territoriali considerate. La stima del numero e percentuale di poveri a livello nazionale è l’esito della somma di coloro che si trovano al di sotto di tutte le specifiche soglie.

Le stime della povertà basate sul criterio relativo o assoluto per lo più differiscono sia in termini percentuali sia per quanto riguarda la composizione interna dei poveri. Di norma, l’approccio della povertà assoluta tende ad evidenziare maggiormente la povertà dei minori e delle famiglie con minori, dato che presta una attenzione specifica i loro bisogni fondamentali (cfr. ad esempio Cantillon et al., 2018, per i paesi UE). Nei paesi ad alto reddito medio, inoltre, l’incidenza della povertà assoluta è di norma minore di quella relativa. L’opposto può invece avvenire nei paesi a basso reddito medio, laddove la soglia della povertà relativa può essere così bassa da non garantire l’accesso ad un paniere di beni essenziali.

Qualche anno fa Sabbadini (2014) ha ricostruito, per l’Italia, i cerchi concentrici della povertà, da quello più largo della povertà relativa a quello più ristretto della povertà assoluta, passando dalla deprivazione grave e tenendo conto se si tratta di situazioni temporanee o permanenti. La durata della povertà, comunque definita, è infatti una dimensione importante di cui tenere conto (cfr. anche Whelan e Maître, 2008). La povertà assoluta permanente, o comunque durevole nel tempo, appare la situazione più grave.

 

Riferimenti bibliografici

  • Atkinson A. e F. Bourguignon (1999), “Poverty and Inclusion from a World Perspective”, in Conseil d’Analyse Economique e World Bank (a cura), Governance, Equity and Global Markets: Proceedings of the Annual Bank Conference on Development Economics in Europe, June 21-23 1999, Paris, La Documentation Française, pp. 179-192.
  • Cantillon B., T. Goedemé e J. Hills (a cura) (2018), Decent incomes for all, Oxford, Oxford University Press.
  • ISTAT, La povertà in Italia, Roma, ISTAT. Anni vari.
  • OECD, The OECD approach to measure and monitor income poverty distribution across countries, Working paper 17, 25 November 2013, presented at the United Nation Commission for Europe, Conference for European statisticians, 2-4 dicembre 2013, Ginevra.
  • Sabbadini L.L., La società diseguale. Soggetti e forme delle disuguaglianze nell’Italia della crisi, Lettura annuale Fondazione E. Gorrieri, giugno 2014.
  • Sen A. (1992), Inequality Reexamined, Oxford, Clarendon Press.
  • Tiraferri A. (2008), “La valutazione del well-being nello spazio dei functionings e delle capabilities: un nuovo criterio basato sui refined functionings”, in A. Brandolini e C. Saraceno (a cura), Povertà e benessere. Una geografia delle disuguaglianze in Italia, Bologna, il Mulino, pp. 305-328.
  • Whelan C. T. e B. Maître (2008), “Poverty, deprivation and economic vulnerability in the enlarged EU”, in J. Alber, T. Fahey e C. Saraceno (a cura), Handbook of quality of life in the enlarged European Union, London, Routledge, pp. 201-217.
  • World Bank (2005), Poverty Manual, Washington, World Bank, cap. 3.

 

Suggerimenti di lettura

  • Chen S. e M. Ravallion (2007), “Absolute Poverty Measures for the Developing World, 1981-2004”, Proceedings of the National Academy of Sciences (USA), 104(43), 16757-16762.
  • Alkire S. (2002), Valuing Freedoms, Sen's Capability Approach and Poverty Reduction, Oxford, Oxford University Press.
Chiara Saraceno
Chiara Saraceno, honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino, è stata professore alle Università di Trento e di Torino e professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung (WZB). Componente della Commissione di indagine sulla esclusione sociale per diversi anni, ne è stata presidente nel 2000-2001. Con Brandolini ha curato il volume Povertà e benessere (il Mulino 2007), e con Brandolini e Schizzerotto Dimensioni della disuguaglianza (il Mulino 2009). È autrice di Il lavoro non basta (Feltrinelli 2015).

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena