Glossario

Disuguaglianze di genere

Scritto da: Stefani Scherer

 

Definizione

La disuguaglianza di genere, assieme a quella di classe sociale, di appartenenza etnica e di coorte, è una delle disuguaglianze principali che caratterizzano le società (Grusky, 2018). Essa riguarda i ruoli e le posizioni diverse che rivestono donne e uomini anche nelle società (post-)moderne, e che spesso tuttora vede la donna più legata alla vita famigliare e alla sfera domestica e l’uomo più a quella pubblica e di mercato. Osservando le disuguaglianze di genere nel corso di vita si nota che esse emergono con l’ingresso (o meno) nel mondo del lavoro e si amplificano con la formazione della famiglia e le scelte di fecondità.

 

Ambiti in cui la disuguaglianza di genere si verifica

La disuguaglianza di genere solitamente viene descritta e quantificata rispetto a diversi ambiti, quali: istruzione, partecipazione economica e opportunità. Nonostante le donne abbiamo ormai raggiunto e recentemente anche superato gli uomini rispetto al livello d’istruzione in quasi tutti paesi occidentali (anche se c’è una forte auto-selezione in aree di studio che portano ad occupazioni tradizionalmente meno remunerate), si documenta una minor partecipazione al mercato del lavoro della donna, rispetto all’uomo (World Economic Forum, 2017; OECD, 2017b; Cutuli e Scherer, 2014). Questa minor partecipazione femminile al mercato del lavoro è particolarmente forte nei paesi del Sud-Europa, mentre si riduce notevolmente spostandosi verso i paesi centro- e (soprattutto) nord-europei. All’interno del mercato del lavoro, inoltre, le donne sono sotto-rappresentate in posizioni di vertice (fenomeno noto anche come “tetto di cristallo” che impedisce alle donne di ascendere oltre un certo livello, o come “segregazione verticale”) e percepiscono una paga minore - anche a parità di tipo di lavoro - fenomeno noto come gender pay gap. I differenziali salariali di genere possono arrivare anche a livelli del 25% e oltre e sono più elevati nei paesi in cui i tassi di attività femminili sono più elevati (ad es. i paesi scandinavi) perché nei paesi in cui le donne sono meno presenti nel mercato del lavoro ad essere occupate sono infatti (come accade in Italia) le donne più istruite di classe medio-alta con capitale umano e quindi salari più elevati (OECD, 2017a).

Partecipazione politica. A quasi un secolo dall’introduzione del diritto di voto per le donne (1948 in Italia, 1944 in Francia, 1918 in Germania e Regno Unito) si documenta una minor partecipazione politica e una netta sotto-rappresentazione delle donne fra i politici, fatto che viene spesso indicato come un minor “empowerment politico” delle donne.

Responsabilità di famiglia e di cura. Le donne hanno ovunque una maggior responsabilità di cura sia dei minori sia degli anziani nonché delle faccende domestiche anche se con differenze notevoli fra i vari paesi (Saraceno, 2016). Dedicano quindi, in media, un tempo molto maggiore ad attività, non retribuite, di cura e domestiche rispetto a quanto (non) fanno gli uomini (Dotti Sani, 2012). Questa responsabilità spesso rende la partecipazione al mercato del lavoro più difficile - in particolare in assenza di uno stato sociale che supporti le famiglie nel lavoro di cura. Considerando l’intero ammontare di ore lavorate - retribuite o meno - quasi ovunque le donne lavorano complessivamente più ore degli uomini.

Atteggiamenti, valori e credenze presenti nella popolazione: questi in primo luogo, ‘determinando’ specifici contenuti di ruolo, diversificati in base al genere e a presunte o supposte ‘diverse vocazioni o capacità’ della donna e dell’uomo (spesso anche fondati su pregiudizi e/o preconcetti: “gli uomini sono meno adatti ad occuparsi dei figli”, “la donna è per natura angelo del focolare, portatrice di capacità di cura”, ecc.). Tali contenuti di ruolo tendono a riprodursi ed a perdurare nel tempo ed ovviamente a sostenere e legittimare la diseguaglianza sociale istituzionalizzata di genere. In secondo luogo, gli stessi attori, donne e uomini, possono essere portatori di valori e credenze che li portano ad esprimere preferenze diverse rispetto ai ruoli di genere e ad agire di conseguenza.

Infine, lo stato di salute psicofisica e di longevità, in cui si nota un netto vantaggio a favore della donna che, in Italia, vive in media quasi cinque anni più dell’uomo. Va tuttavia osservato che gli anni vissuti in salute sono molto simili fra i generi in quanto anche se le donne vivono mediamente più a lungo degli uomini, esse più spesso passano i loro ultimi anni in condizioni di cattiva salute (OECD 2017a; World Economic Forum, 2017).

Il World Economic Forum presenta ogni anno un report sulle disparità di genere prendendo in considerazione diversi ambiti di diseguaglianza. Oltre a ciò, le pubblicazioni e basi dati OECD riportano una moltitudine di indicatori su tali diseguaglianze. La seguente tabella riporta alcuni indici, dai quali si vede come l’Italia si piazzi al 82esimo posto, assieme ad alcuni indicatori che documentano la disuguaglianza di genere in Italia in chiave comparata.

 

Tabella 1: Indicatori di disuguaglianza di genere nei paesi Europei

 

Italia

Francia

Germania

Regno Unito

Svezia

Global Gender Gap Index2 2017 (range 0-1, più alto= più uguale)

0,692

(82° su 144)

0,778

0,778

0,770

0,816

Differenze fra uomini e donne (distacco in punti percentuali) 1

Gap: Istruzione terziaria (25-34)

-11,6

-8,4

-1,9

-6,8

-15,6

Gap: Partecipazione al mercato del lavoro (15-65)

20,0

7,9

9,1

10,3

3,6

Gap: In posizioni manageriali

49,6

36,7

41,4

29,3

20,9

 

 

 

 

 

 

 

D         U

D         U

D         U

D         U

D         U

Tempo dedicato al lavoro non retribuito (domestico e di cura) in minuti al giorno1

306      131

224      135

242      150

249      140

207      154

% parlamentari donne1

31

26

37

30

44

 

D         U

D         U

D         U

D         U

D         U

Valori/Norme3: “precedenza agli uomini nel mondo di lavoro” % d’accordo

17        21

12        8

10        23

9          9

3          2

Aspettativa di vita (anni) alla nascita1

86        81

86        80

84        79

83        79

84        80

Fonte: 1OECD(2017a); 2 World Economic Forum (2017) - l’indice prende in considerazione diversi indicatori per le seguenti aree: “Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival and Political Empowerment”; 3European Value Study (2008) – Testo della domanda “Gli uomini dovrebbero avere maggiori diritti al lavoro delle donne quando le opportunità lavorative sono scarse”, categorie di risposta considerate: “Sono fortemente d’accordo” e “Sono d’accordo”.

 

Le ragioni della disuguaglianza di genere

Mentre la documentazione della disuguaglianza di genere è piuttosto chiara, le ragioni e le cause che ne sono alla base sono complesse e assai meno nette. Come per tutte le altre forme di disuguaglianze distributive è rilevante ricordare che la mancanza di uguaglianza (equality, Gleichheit) non implica automaticamente l’assenza di equità (equity, Gerechtigkeit). In primo luogo, è importante ricordare la distinzione fra una disuguaglianza distributiva, ovvero negli esiti, e una disuguaglianza nelle possibilità (chances), anche a parità di merito. Nelle società avanzate occidentali il concetto di equità solitamente si sposa con un’idea di uguali possibilità iniziali, a parità di merito, anziché con l’idea di una uguaglianza distributiva. Si tratta di un aspetto delicato in quanto politiche idealmente pensate per ridurre le diseguaglianze distributive possono rivelarsi foriere di nuove diseguaglianze facendo valere attributi meramente ascrittivi (il sesso) a scapito di attributi acquisitivi (istruzione, merito, valore, competenze e conoscenze, ecc.).

La Tabella 1 documenta notevoli differenze nella disuguaglianza di genere fra paesi con livelli di sviluppo economico equivalenti. A questo proposito, va ricordato come istituzioni e politiche pubbliche possano favorire o meno il perseguimento di una maggiore uguaglianza nella società – uguaglianza di genere, come anche di classe sociale o generazionale. Soprattutto la disponibilità di servizi di cura per minori e anziani risulta cruciale per dare alle donne la possibilità di partecipare pienamente al mercato del lavoro e quindi di aumentare la loro indipendenza economica dal reddito del partner. I congedi di genitorialità invece possono incentivare una più equa distribuzione del lavoro all’interno della famiglia. In paesi con sistemi di welfare più sviluppati rispetto a quello italiano si riscontrano infatti differenze di genere complessivamente inferiori.

Infine, non va sottovalutato il peso che credenze e preferenze individuali specifiche di genere possono esercitare nell’originare comportamenti e scelte differenziati, fra uomini e donne. È noto in ricerca come non poche donne preferiscano dedicare un tempo significativo alla famiglia. Tali valori e preferenze vanno riconosciute in quanto legittime, sempre che ai singoli – uomini e donne – sia data la possibilità di poter esprimere e perseguire le proprie scelte e le proprie opzioni valoriali senza costrizioni sociali di alcun tipo.

In conclusione, il genere rappresenta una delle (molte) linee di frattura nelle società: c’è molto da fare per ridurne la capacità discriminatoria, essendo però consapevoli del fatto che qualsiasi politica eccessivamente “categoriale” – cioè che crei vantaggi per una specifica categoria o gruppo sociale definito – rischia di produrre esternalità negative per la società stessa e di aggiungere, invece che rimuovere, diseguaglianze nuove alle disuguaglianze esistenti. Per questo va tenuto presente che le disuguaglianze di solito agiscono e producono effetti in combinazione fra loro.

 

Riferimenti bibliografici

  • Cutuli G. e S. Scherer (2014), “La (non) partecipazione femminile al mercato del lavoro”, in P. Barbieri e G. Fullin (a cura di), Lavoro, istituzioni, disuguaglianze. Sociologia comparata del mercato del lavoro, 145-164, Bologna, Il Mulino.
  • Dotti Sani G. (2012), “La divisione del lavoro domestico e delle attività di cura nelle coppie italiane: un’analisi empirica”, Stato e Mercato, 94(1), 161-194.
  • Grusky D. (2018, a cura di), Social Stratification: Class, Race, and Gender in Sociological Perspective, New York, Routhledge.
  • OECD (2017a), The Pursuit of Gender Equality. An Uphill Battle, Paris, OECD Publishing.
  • OECD (2017b), Education at a Glance, Paris, OECD Publishing.
  • Saraceno C. (2016), “Varieties of familialism: Comparing four southern European and East Asian welfare regimes”, Journal of European Social Policy, 26(4), 314-326.
  • World Economic Forum (2017), Global Gender Gap Report 2017, Geneva, WEF.

 

Suggerimenti di lettura

Stefani Scherer
Stefani Scherer è professore ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento. Principali interessi di ricerca: dinamiche delle disuguaglianze sociali, sociologia dei corsi di vita e della famiglia, metodi quantitativi e analisi longitudinale (di ciò il libro: Analisi dei dati longitudinali, il Mulino, 2013). https://r.unitn.it/en/soc/csis

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena